Una famiglia modello (non) è da imitare.

Pubblico la lettera ricevuta da una mia vecchia conoscenza. Consideravo questa persona un’amica da imitare, un modello per la società “moderna”. Mi sbagliavo.

“Caro amico mio,

sono “una famiglia normale” e sono felice. Vivo in una città a nord del polo sud e a sud del polo nord. Mio marito è un uomo umile, estroverso e buono. E’ un impiegato e lavora 8 ore al giorno. Esce di casa alle 7 e rientra alle 19 se non trova traffico!!. Anche mia moglie lavora. Con il suo stipendio copriamo le spese per la retta dell’asilo di nostro figlio, riusciamo a mantenere l’auto che usa per andare a lavorare e paga la badante che accudisce sua mamma, una fragile vecchietta non più autosufficiente. Mia moglie è una vecchio stile, antica e retrograda. Vorrebbe restare a casa o lavorare part-time. Vuole convincermi in tutti i modi che abbandonare il lavoro sarebbe un bene: “Se fossi libera da impegni lavorativi riusciremmo ad evitare tutte queste spese e sarei io a prendermi cura della nostra amata famiglia”. Invece, per me deve lavorare, far girare l’economia, versare i contributi e stare al passo coi tempi. Tra vent’anni potrà finalmente andare in pensione e godersi i figli all’estero, vivere una seconda giovinezza con il marito malato e badante a seguito.

Ho due figli. Il maggiore va già a scuola. E’ un ragazzino molto vivace e creativo. Cerchiamo in ogni modo di coltivare queste sue qualità ed impegnare il suo tempo libero nel modo migliore. Frequenta un corso di nuoto, chitarra, scacchi, cucito, fotografia, cucina, sostenibilità, inglese e francese. Il piccolino invece è dolcissimo. La sera mi cerca per giocare ma dopo una giornata d’inferno in ufficio, faccende domestiche, burocrazia da sbrigare, non posso non concedermi un po’ di relax. A volte riesco appena a dargli il bacino della buona notte mentre lo metto a letto. E’ già cresciuto. Come passa in fretta il tempo. La domenica però recupero. Lo porto sempre al parco di fianco la tangenziale.

Abitiamo in una città con tanti problemi. Evito di uscire la sera. Non sono razzista però l’evidenza dei fatti mi porta a conclusioni estreme ma inevitabili. C’è tantissima gente strana in giro senza lavoro, senza una casa. Ma se non c’è lavoro per noi del nord-est-sud-ovest perché li fanno entrare questi qui? Con tutto quello che si sente ai notiziari, preferisco tenerli in casa i miei figli. Da un po’ di tempo accadono fatti inquietanti. Anche qui a nord del polo sud e a sud del polo nord si inizia a parlare di “mafia”, ti rendi conto?. Terroni di merda. La politica? Tutti disonesti, nessuno che fa niente per migliorare la situazione. Sono loro i veri mafiosi. Sono collusi, corrotti e sempre gli stessi. Prima o poi “qualcuno” farà “qualcosa” e saranno tempi migliori per tutti, progresso e sviluppo, crescita e richezza per tutto il mondo.

Prima di trasferirmi in città vivevo con i miei genitori in campagna. Tempi duri quelli. Mio padre allevatore produceva formaggio. Un mestiere ereditato dai suoi antenati. Una intera generazione di mastri casari. Per portare il cibo a tavola bisognava sudare e lavorare tantissimo. Mio padre sempre in stalla o in giro per i mercati, mia madre nell’orto o a lavorare la lana delle nostre pecore. Quello che non si vendeva veniva scambiato con materiale e servizi che la nostra “produttività” non riusciva a garantirci. Che tempi duri quelli. Ma per fortuna mio padre accettò un lavoro in città, una fabbrica di formaggio, dalle stalle alle stelle.
Ti saluto e spero di rivederti presto, ho tanto da raccontarti.”

Non mi pento di aver abbandonato “una famiglia normale”.

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